Archivio per ottobre 2013

Il Ppr di Cappellacci devasterà la Sardegna

Nell’intervista di Costantino Cossu l’autorevole accademico dei Lincei esprime un giudizio esplicito e netto: da «Alcune lobby di costruttori difendono interessi privati contro il bene comune» La Nuova Sardegna , 22 luglio 2012

sardo  Il PPR DI SORU va difeso. E’ in linea con la Costituzione e per le altre Regioni è un modello insuperato. Pericolo cemento. Tornando indietro l’isola perderebbe paesaggi unici al mondo. I ritardi di Mario Monti. Sui Beni culturali si fa poco e il ministro Ornaghi forse è anche peggio di BondiArcheologo e storico dell’arte di prestigio internazionale, accademico dei Lincei, direttore sino al 2010 della Scuola Superiore Normale di Pisa, Salvatore Settis da anni si batte per la tutela del paesaggio e dei beni culturali, anche dalle pagine di Repubblica, di cui è una delle firme più autorevoli. Domani pomeriggio sarà a Cagliari per partecipare ad una tavola rotonda dal titolo “Il valore della Terra”, organizzata da Sardegna Democratica.

Il presidente della Regione Ugo Cappellacci ha presentato il 13 luglio le sue “Linee guida” alla modifica del Piano paesaggistico . Qual è la sua valutazione del progetto della giunta regionale?

«Con incredulità e con dolore, vedo nel nuovo progetto l’intento di devastare la Sardegna, e lo strumento per renderlo possibile. Questa la mia valutazione, ma vorrei specificare. Credo infatti che bisogna rispondere pensando alla Sardegna, ma pensando anche all’Italia.

Pianificare il paesaggio è un tema importantissimo, delicatissimo in tutto il mondo, e in Italia lo è ancor di più, per due ragioni: la straordinaria stratificazione di bellezza e di storia del nostro paesaggio, ma anche la tradizione altissima di civiltà e di cultura che è alla base della normativa italiana di merito. Basti ricordare che la prima legge sul paesaggio è dovuta a un ministro della Pubblica istruzione che si chiamava Benedetto Croce (1920). La legge Croce fu poi riscritta e ampliata in una delle due leggi Bottai nel 1939:leggi di un governo fascista che nulla ebbero di fascista, tanto è vero che nell’Assemblea costituente di una Repubblica nata contro il fascismo nacque l’articolo 9 della Costituzione, che contiene (lo ha scritto Sabino Cassese) la “costituzionalizzazione delle leggi Bottai”. Prima al mondo, l’Italia poneva la tutela del paesaggio fra i principi fondamentali dello Stato.

Da questa lunga linea di continuità nasce anche il Codice dei Beni culturali e del paesaggio (2004), che contiene l’attuale normativa. Ora il fatto è che la Sardegna è stata, con la giunta Soru, la regione italiana che ha interpretato questa tradizione con la massima intelligenza e fedeltà alla legge e alla Costituzione, e nel massimo rispetto della storia della Sardegna, ma soprattutto del suo futuro. Quel piano paesaggistico è un modello insuperato in Italia e, data la rilevanza dei paesaggi sardi, ha importanza europea e globale. Buttando via quel Piano, la Sardegna commetterebbe due specie di suicidio: danneggiando irreversibilmente i propri paesaggi unici al mondo, ma anche perdendo l’occasione storica di essere la Regione-modello per tutta Italia».

Uno degli argomenti che vengono portati a sostegno delle modifiche al Ppr è che i vincoli avrebbero causato la perdita di migliaia di posti di lavoro. Argomento fondato? «Da decenni ci vien ripetuto che l’edilizia è il principale motore dell’economia in Italia, che condominii, villette a schiera, autostrade e altre “grandi opere” ci salveranno dalla recessione. Su questa spietata cementificazione del territorio viene posta un’etichetta incoraggiante: sviluppo. E’ in nome di questo sviluppo che si sono succeduti, da Craxi in poi, condoni edilizi e ambientali, piani casa, disposizioni in deroga alla legge. Ma se questa retorica dello sviluppo fosse vera, visto che la pratichiamo da almeno quarant’anni, allora come mai l’Italia è in recessione? Perché la crisi economica mondiale è partita dalla “bolla immobiliare” degli Stati Uniti e di altri Paesi, dall’Irlanda alla Spagna? Difendere i posti di lavoro è importantissimo, ma la priorità numero uno oggi in Italia, quella su cui indirizzare l’occupazione, è la messa in sicurezza del territorio, il più fragile d’Europa. Occorre una politica, e una poetica, del riuso degli edifici abbandonati o sottoutilizzati. E’ folle continuare a costruire in un Paese in cui ci sono da 2 a 4 milioni di appartamenti invenduti. Dove (credo anche in Sardegna) si lasciano morire interi villaggi di meravigliosa architettura tradizionale per costruire squallide imitazioni di architettura californiana».

La crisi globale spinge a una ridefinizione delle coordinate su cui basare economia e finanza. Ambiente e beni culturali possono svolgere un ruolo? «Abbiamo in Italia, pronto per l’uso, un manifesto da mettere in pratica: la Costituzione. Essa ha al centro l’idea di bene comune, il progetto di costruire una società libera e democratica sulla base dei diritti dei cittadini. Il grande movimento mondiale contro la cieca dominanza dei mercati potrebbe e dovrebbe trovare in Italia un punto di forza. Vorrei dirlo con le parole di un grandissimo economista, Keynes. Egli esortava a liberarsi dell’ “incubo del contabile”, e cioè del pregiudizio secondo cui nulla si può fare, se non comporta immediati frutti economici. “Invece di utilizzare l’immenso incremento delle risorse materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, creiamo ghetti e bassifondi; e si ritiene che sia giusto così perché fruttano, mentre – nell’imbecille linguaggio economicistico – la città delle meraviglie potrebbe ipotecare il futuro”. E Keynes continua: “Questa “regola autodistruttiva di calcolo finanziario governa ogni aspetto della vita. Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno valore economico. Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo”. Ecco: devastare il paesaggio in Sardegna sarebbe come fermare il sole e le stelle».

C’è anche un problema di tutela del paesaggio agrario. Cosa si sta facendo in Italia?

«Molto si sta muovendo, ma in modo assai disordinato. In alcune regioni (come il Piemonte, la Puglia o la Toscana) sono in corso interessanti discussioni ed elaborazioni di piani paesaggistici, in cui quello sardo della giunta Soru è sempre un cruciale punto di riferimento. In altre manca invece una vera volontà di affrontare questo tema. Ma la vera tragedia è un’altra, la quasi totale mancanza di coordinamento fra le varie regioni, anche quando i loro territori sono confinanti. La Sardegna è un caso a parte, perché è un’isola. Ma Abruzzo e Molise condividono un territorio nel quale c’è un importante Parco nazionale; il Lago di Garda è diviso tra tre regioni. Eppure i coordinamenti sono pochissimi. Manca la capacità politica e culturale del ministero di proporsi come il vero cuore di un coordinamento a livello nazionale, come è prescritto dall’articolo 9 della Costituzione, dove si parla di tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione, e cioè in modo uniforme e coordinato in tutta Italia».

E ci sono anche i beni culturali. Come si sta muovendo, su questo terreno, il governo Monti?

«Beni culturali e paesaggio (come dice l’articolo 9) formano in Italia una superiore unità. In questa legislatura la gestione del ministero ad essa preposto ha toccato il fondo dell’abisso. Abbiamo assistito a un continuo calo di risorse e di attenzione, con una micidiale sequenza di tre ministri pochissimo interessati e di nessuna competenza specifica (Bondi, Galan, Ornaghi). E’ con dispiacere che, per amore della verità, bisogna dire che dei tre Ornaghi è forse il peggiore. Mario Monti è persona di grande cultura, ma non ha ancora trovato un’ora per accorgersene. Anche lui è dominato dall’ “incubo del contabile”».

Le amministrazioni locali sono all’altezza del compito?

«L’inadeguatezza delle amministrazionr locali non è colpa dei sindaci. La giunta Soru aveva istituito un Ufficio del Piano (con fondi adeguati) per supportate i Comuni per l’adeguamento del Puc al Ppr. Ma l”Ufficio del Piano è stato smobilitato e ridimensionati i finanziamenti. Al punto che solo dieci Comuni hanno adeguato il Puc, e luoghi come Arzachena hanno strumenti fermi al 1971! E’ in questa programmata disfunzione e inerzia delle istituzioni che alcune lobby di costruttori e di progettisti vorrebbero ritornare alla cosiddetta “urbanistica concertata”. Concertata con loro, si capisce, contro la legge, secondo cui le scelte urbanistiche devono essere orientate esclusivamente dal bene comune di tutti e non dagli interessi di pochi».

tratto da: http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/19280/0/128/

Lascia un commento