La Politica Come Professione

 warholL’uomo politico deve dominare in se stesso, ogni giorno e ogni ora, un nemico del tutto banale e fin troppo umano: la vanità comune a tutti, la nemica mortale di ogni dedizione a una causa e di ogni distanza e, in questo caso, della distanza rispetto a se stessi.

La vanità è una caratteristica assai diffusa, e forse nessuno ne è del tutto privo. Nei circoli accademici e intellettuali essa costituisce una sorta di malattia professionale. Ma proprio nel caso degli studiosi, per quanto possa risultare antipatica, essa è relativamente innocua, nel senso che di regola non nuoce all’attività scientifica. Assai diversa è la situazione per l’uomo politico. L’aspirazione al potere é lo strumento con cui egli inevitabilmente si trova a operare. L’“istinto di potenza” – come si usa dire – fa perciò in effetti parte delle sue normali qualità. E tuttavia il peccato contro lo spirito santo della sua professione ha inizio là dove questa aspirazione al potere diviene priva di causa e si trasforma in un oggetto di autoesaltazione puramente personale, invece di porsi esclusivamente al servizio della “causa”. Vi sono infatti in ultima analisi soltanto due tipi di peccato mortale sul terreno della politica: l’assenza di una causa e – spesso, ma non sempre, si tratta della stessa cosa – la mancanza di responsabilità. La vanità, vale a dire i1 bisogno di porre se stessi in primo piano nel modo più visibile possibile, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di questi due peccati, se non tutti e due insieme. E ciò tanto più in quanto il demagogo é costretto a contare sull’“effetto”; egli si trova perciò continuamente in pericolo tanto di diventare un mero attore quanto di prendere con leggerezza la responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi solamente dell’“impressione” che suscita. L’assenza di una causa lo porta ad aspirare alla luccicante apparenza del potere invece che al potere effettivo; la mancanza di responsabilità a godere del potere soltanto per il potere stesso, senza uno scopo concreto. E infatti sebbene, o piuttosto proprio perché il potere costituisce il mezzo inevitabile di ogni politica e l’aspirazione al potere una delle sue forze propulsive, non vi e deformazione più pericolosa della forza politica che il vantarsi del potere come un parvenu, del vanitoso compiacimento nel sentimento del potere e soprattutto di ogni culto del potere in se stesso. Il mero “politico della potenza”, come cerca di celebrarlo un culto praticato con zelo anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma in effetti opera nel vuoto e nell’assurdo.

Max Weber, La politica come professione. Armando Editore, 1997

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