Un compagno di Roberto

Scrivo queste righe perché un nostro compagno si è suicidato. Purtroppo fatti come questi sono sempre più frequenti: non fanno neanche più notizia. Ma quando muore un ragazzo con cui hai lottato e ti sei divertito insieme non puoi fare a meno di restare sgomento e di provare un tardivo senso di colpa.
E’ vero che quando si muore così non si può neanche gridare poliziotti assassini. C’è l’avevamo immaginata diversa la morte di un nostro compagno: ucciso dai fascisti, dalla polizia e noi in piazza a gridare la nostra rabbia, a sfogare il nostro dolore. Certo anche Roberto è stato ucciso dal nemico, dal più malvagio di tutti: da questa sporca società in crisi. Ma questa risposta non basta. Morire sulle barricate con la bandiera rossa in mano e la tua compagna stretta a te (come in un bellissimo manifesto del maggio francese) potrebbe essere anche bello, eroico, virile! alcuni di noi, fantasticando, si saranno immaginati di morire in qualche posa da Enrico Toti, cercando di fermare un carrarmato durante il colpo di stato o all’assalto del nostro Palazzo d’Inverno. Ma morire così, da solo in una giornata d’agosto , in una auto piena di gas di scarico… No!
Anni fa pensavamo che la rivoluzione fosse lì dietro l’angolo ad attenderci cortese e sorridente. Si avanzava spediti verso lo “scontro decisivo”. Ma molti “scontri decisivi” passavano e tutto pareva rimanere immutato. Quel piccolo ritardo irrilevante sul calendario della storia diventava per alcuni la misura di un fallimento. In contrasto con questa “esasperante lentezza”, la nostra vita, quella si, correva velocemente e senza intoppi: ti toglieva la giovinezza, ti spingeva ad un lavoro che non c’era o in ogni caso quasi sempre ad un lavoro schifoso. “Lo stato borghese si abbatte e non si cambia” si gridava: ed ora eccoti li costretto a vivere tra maledetti e beffardi “vecchi rapporti di produzione”. Ma questa è solo la metà della storia. Se fosse solo questo sarebbe sufficiente dire che il nostro orologio politico andava troppo avanti.
La seconda parte si potrebbe iniziare ricordando che nel ’68 si affermava che “tutto è politica”. Questo lo si diceva dando alla frase semplicemente il significato opposto a quello che ora ha l’espressione “il personale è politico”. Voleva dire che per fare la rivoluzione si doveva rinunciare ai nostri bisogni personali, voleva dire nascondere i nostri sentimenti…
Quando la speranza di una rapida vittoria si dileguò e il lavoro politico diventò faticoso e incerto, anche questa vita sociale “spensierata” iniziò a dare segni di crisi evidente. Difficile “riconvertire” i pensieri, riscoprire insieme le nostre individualità represse, ritrovare la umiltà per parlare dei propri problemi. Più “facile” era ricercare soluzioni personali; più “facile” era lasciarsi andare, spezzettarsi in piccoli gruppi: più “facile” era rendersi conto di essere soli, a volte disperati. Questa non è (fortunatamente) la rappresentazione di tutta la realtà. Compagne femministe hanno portato avanti il discorso della riscoperta della politica attraverso il personale; i giovani compagni da parte loro non vogliono più cadere nelle vecchie trappole.
Questa morte non è frutto del caso. Egli è morto anche perché siamo stati “disumani”tutti noi. Roberto incluso, vittime di un certo modo di fare politica. Disumano è stato mandare allo sbaraglio i compagni davanti alle fabbriche; è stato il modo con cui si sono trattari i compagni “silenziosi” che non parlavano quasi mai alle riunioni, gli “stupidi” perché quando parlavano dicevano (male) 2 o 3 cose che parevano banali: disumani sono stati i piccoli e i grandi leader depositari del sapere e del potere: disumani sono stati i rapporti ai cancelli con gli operai che per noi erano di volta in volta o fonti di notizie o lettori dei nostri volantini o persone a cui spiegare la rivoluzione. Quanti sono i compagni persi per strada, allontanati da questo modo di fare? Che ricorda i loro volti, chi ha mai conosciuto la loro storia? Chi li ha aiutati a crescere politicamente, o ad ambientarsi in sede?
Roberto è morto ed è sciocco e retorico dire ora delle frasi tipo “lotteremmo anche per lui”, “lo avremmo sempre al nostro fianco”; è cinico affermare che bisogna fare che Roberto non sia morto invano: significherebbe trovare a questa morte orrenda una giustificazione posteriori. Ma tra i tanti motivi che ci spingono a modificare il nostro comportamento politico e personale, c’è anche il desiderio che nessun compagno sia costretto più ad andarsene così: c’è il desiderio che tra la nostra splendida teoria piena di futuri paesi delle meraviglie e la nostra “squallida” pratica quotidiana non si lasci più aperto un varco così grande dove un uomo possa perdersi.

Ivrea, settembre 1977
Un compagno di Roberto, in “Lettere a Lotta Continua” 27 sett. 1977

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