“Società aperta” e libertà

Solo a certe condizioni si ha la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa, vissuta in modo autonomo e responsabile. La libertà, sia individuale che sociale, non è un accessorio, ma una parte irrinunciabile di noi stessi. Sia come individui, sia come membri di una società, essere liberi significa poter disporre della materia prima più preziosa.

In tal senso, le preferenze di Popper si indirizzano ad una società democratica, plurale, post-ideologica, anti-totalitaria, ben disposta ad ogni possibilità di cambiamento costruttivo. Il pensiero politico delinea un ambito di coesistenza civile sempre teso ad ogni forma di miglioramento, in cui la tutela dei valori democratici nei confronti di tendenze totalitarie ricopre un ruolo fondamentale: la “società aperta”. Come lui stesso afferma, infatti, “con l’espressione “società aperta” designo non tanto un tipo di Stato o una forma di governo, quanto piuttosto un modo di convivenza umana in cui la libertà degli individui, la non-violenza, la protezione delle minoranze, la difesa dei deboli sono valori importanti”. (K. Popper – K. Lorenz, “Il futuro è aperto”, Rusconi, Milano 1989).

La “società aperta” vive, cresce e prospera nella misura in cui è libera: senza peraltro trascurare il problema del suo abuso, “noi non scegliamo la libertà politica perché ci promette questo o quello. La scegliamo perché rende possibile l’unica forma di convivenza umana degna dell’uomo; l’unica forma in cui noi possiamo essere pienamente responsabili di noi stessi. Se realizziamo le sue possibilità, ciò dipende da parecchie cose messe insieme e, prima di tutto, anche da noi stessi” (cfr. “Tutta la vita è risolvere problemi”, Rusconi, Milano 1996). Si possono instaurare rapporti interpersonali concreti e costruttivi solamente tra persone libere. Nell’ambito di una società aperta, la libertà è ciò che permette l’uguaglianza delle opportunità, l’esercizio dei diritti fondamentali, il sano sviluppo della personalità e delle potenzialità di ogni cittadino.

Parlando di libertà Popper dimostra di ispirarsi a Kant: una società è libera quando la libertà di ciascuno è compatibile con la libertà degli altri. Questo non è solamente un principio politico, ma anche un principio morale. L’attenzione per la libertà individuale è massima, all’interno della misura fornita dalla libertà altrui. Come esempio per spiegare questo concetto, dice Popper, può valere questo aneddoto: un americano, accusato di aver tirato un pugno sul naso ad un suo concittadino, si difende affermando di essere un libero cittadino, e perciò di avere la libertà di muovere i pugni in qualsiasi direzione. Ovviamente l’americano in questione confonde la libertà responsabile con l’arbitrio irresponsabile. Al che il giudice gli risponde: “La libertà di muovere i suoi pugni ha dei limiti, che talvolta possono cambiare. Ma i nasi dei suoi concittadini si trovano quasi sempre al di fuori di tali limiti”! (Cfr. Karl Popper, “La lezione di questo secolo”, Marsilio, Venezia 1994)

Vivere all’interno di una società aperta comporta l’esercizio critico della ragione umana: da questo punto di vista, esso richiede il diritto-dovere al confronto costruttivo fra opinioni e idee diverse, poiché la libera discussione possiede una forte valenza politica: condiziona il comportamento dell’individuo nei confronti dei suoi simili e, pertanto, nei confronti della società in cui vive. Attraverso il confronto tra visioni del mondo differenti è possibile infatti risolvere problemi e inconvenienti, giungendo a soluzioni che altrimenti rimarrebbero sconosciute.

Prendendo a prestito le famose parole dell’Amleto di William Shakespeare, Popper potrebbe affermare che esistono più cose in cielo e in terra di quante ne possa contenere un qualsiasi sistema filosofico. Occorre ricordare infatti tra il bianco e il nero esiste un’infinita gamma di colori e di sfumature. Affermare in modo dogmatico che una teoria è migliore di un’altra significa cadere nell’irrazionalismo e quindi nella presunzione, per nulla intelligente, di chi non vuole accettare la presenza di possibilità alternative a ciò che egli ritiene vero, giusto, in definitiva infallibile. Un simile atteggiamento è tanto stupido quanto irresponsabile, poiché nega che il confronto fra valori e visioni del mondo possa essere estremamente costruttivo: non a caso, come indica Dario Antiseri, la società che Popper concepisce è aperta “alla proposta di molteplici tentativi nella soluzione dei problemi, e alla più grande quantità di critica” (crf. la sua “Introduzione” a Karl R. Popper, “Come controllare chi comanda”, Ideazione, Roma 1996).

Ma l’Open Society può essere considerata una società perfetta? Assolutamente no, perché non è un progetto utopico. Anzi: secondo Popper è di basilare importanza che coloro che vivono e operano nella società aperta siano consapevoli della sua imperfezione. La “società aperta” non è la Repubblica di Platone, la società senza classi di Marx, la Città del sole di Campanella o la Nuova Atlantide di Bacone. . La società perfetta non esiste o, per meglio dire, esiste solo all’interno della cosiddetta letteratura utopica. Realisticamente parlando, esistono solo forme sociali imperfette, anche se, proprio per questo, sempre perfettibili.

All’interno della sua teoria politica, Popper adotta gli stessi assunti metodologici che pone alla base della ricerca scientifica. Quale è lo scopo primario della ricerca scientifica? Semplicemente quello di risolvere problemi. A tal fine, occorre tener presente che “tutta la conoscenza umana rimane fallibile, congetturale. Non esiste nessuna giustificazione, compresa, beninteso, nessuna giustificazione definitiva di una confutazione”. (cfr. K. R. Popper, Poscritto alla logica della ricerca scientifica, voll. 3, Il Saggiatore, Milano 1984).

Problemi-teorie-critiche: sinteticamente, attraverso tre parole Popper delinea il modo in cui la scienza razionale procede: “1) inciampiamo in qualche problema; 2) tentiamo di risolverlo, ad esempio proponendo qualche teoria: 3) impariamo dai nostri sbagli, specialmente da quelli che ci sono resi presenti dalla discussione critica dei nostri tentativi di risoluzione” (Cfr. K. R. Popper, “Poscritto alla logica della ricerca scientifica”, cit. ).

Le ricette definitive non esistono: l’orizzonte della conoscenza rimane sempre e comunque aperto. Alla fine dell’Ottocento, dalle pagine del suo “The Art of Scientific Discovery”, il chimico G. Gore afferma che quella scientifica è una ricerca senza interruzioni definitive, in quanto la risoluzione di un problema conduce ad altri problemi a cui dare risposta. E Kant, circa un secolo prima, fissa la questione nel principio di radiazione dei problemi, dove si afferma che: “ogni risposta DATA secondo princìpi sperimentali genera sempre una nuova domanda, che richiede a sua volta una risposta” (cfr. I. Kant, “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che voglia presentarsi come scienza”, Laterza, Bari 1970).

Prendendo a prestito il linguaggio del filosofo francese H. Bergson (e in ideale accordo con Einstein), potremmo paragonare la soluzione di un problema al frutto di una iniziale “intuizione creativa”. Le soluzioni non si “scoprono” ma si “inventano”. Non costituiscono l’esito di procedimenti pre-definiti, meccanici, ma nascono da sforzi creativi e sostanzialmente inintenzionali.

Possiamo dire che per la filosofia popperiana l’imperfezione è una sorta di virtù. Una debolezza apparente che nei fatti si rivela una grande forza. Affermare l’imperfezione della società aperta non significa ammettere una debolezza inguaribile, bensì, al contrario, evidenziare i suoi sempre possibili margini di miglioramento. Secondo Popper, lo storicismo filosofico (che attraverso Hegel raggiunge la forma teorica più compiuta e attraverso il marxismo l’attuazione storica più aberrante) costituisce la base metodologica del totalitarismo. Difatti ogni progetto politico basato sulla presunta conoscenza del divenire storico risulta di per sé infondato ed anche pericoloso, poiché colui che pretende di conoscere in modo “scientifico” il corso degli eventi futuri tende ad agire in modo moralmente irresponsabile. Alla capacità di scelta di una volontà responsabile si sostituisce l’arbitrio, che in quanto tale può arrivare a giustificare anche la violenza più efferata.

di Fabrizio Gualco – 1 giugno 2000

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