Google; sentenza di condanna per violazione della privacy

GOOGLE: ASSOCIAZIONE VIVI, SODDISFATTI PER SENTENZA

(AGI) – Roma, 24 feb. – “L’associazione Vivi Down e’ molto soddisfatta per l’affermazione di responsabilita’ pronunciata dal Tribunale di Milano in materia di privacy. Credo che il Tribunale abbia dato una dimostrazione di grandissima competenza e imparzialita’ nella gestione dell’intero processo”. Guido Camera, avvocato difensore di Vivi Down, commenta cosi’ ai microfoni di CNRmedia la sentenza di primo grado emessa oggi dal Tribunale di Milano. Alcuni ragazzi di Torino nel 2006 avevano caricato su Google un video in cui apparivano maltrattamentri ad un compagno di classe affetto dalla sindrome di Down. Oggi il Tribunale di Milano ha condannato tre dirigenti di Google per omessa vigilanza, ma li ha assolti dall’accusa di diffamazione. “Per quanto riguarda l’assoluzione dall’imputazione di diffamazione, ci riserviamo di leggere le motivazioni della sentenza tra 90 giorni. Il magistrato usa la formula cosi come contesatato il fatto non sussiste, su cui ogni commento potra’ essre fatto solo alla luce delle motivazioni”, prosegue Camera. Per l’avvocato si tratta di “una soddisfazione piena per l’affermazione di responsabilita’, non per la condanna, perche’ e’ una condanna che rimane sulla carta perche’ e’ tutto coperto dalla sospensione della pena”, prosegue. Le valutazioni sull’impatto della decisione, pero’ , “vanno rimandate alla lettura della sentenza, perche’ allora potremo conoscere il percorso logico seguito dal magistrato”, aggiunge l’avvocato. “Credo che non si potra’ comunque parlare di censura, ma essendo tenendo conto che e’ un sentenza e non una legge una sentenza potra’ diventare un punto di riferimento per chi opera nel settore delle nuove tecnologie e per chi deve legiferera’, visto che la materia dal 2003, quando sono state emanate le norme in materia di privacy e di servizi telematici e’ radicalmente cambiata” ha concluso Camera. –

L’AGI – Agenzia Giornalistica Italia

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CLT – Google, le “ombre” di una sentenza che fa discutere

Roma, 24 feb (Velino) – “La direttiva dell’Unione europea sull’e-commerce, che in Italia è stata recepita nel 2003 parla chiaro: gli intermediari non possono essere ritenuti responsabili di quello che viene pubblicato sui loro siti”. Non giudica la sentenza, Massimiliano Trovato, ricercatore dell’Istituto Bruno Leoni ed esperto della regolamentazione dei nuovi media (“bisogna vedere di concreto cosa riporteranno le motivazioni”), ma interpellato dal VELINO si mostra scettico verso la decisione del tribunale di Milano di condannare per violazione della privacy tre dirigenti di Google, colpevoli di non avere impedito la messa in rete su Youtube di un video con atti di bullismo nei confronti di un ragazzo down. Se infatti l’accusa principale del procedimento, quella di diffamazione, è caduta, a far condannare a sei mesi di reclusione David Carl Drummond (all’epoca presidente del cda di Google Italy), George De Los Reyes, (ex membro del cda) e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l’Europa di Google, è stata la presunta responsabilità oggettiva per il trattamento illecito dei dati del ragazzo.

Un’imputazione “grottesca” secondo Trovato, che ritiene “insostenibile che Google possa filtrare i contenuti in ingresso e ancora più improbabile che debba anche procurarsi presso tutti i soggetti coinvolti in un video le relative autorizzazioni”. Neppure la scarsa chiarezza dell’informativa sul trattamento dei dati personali, che secondo alcune indiscrezioni sarebbe alla base della condanna, sembrerebbe giustificare una sentenza simile: “Si tratta in ogni caso di violazioni di natura formale più che sostanziale, e comunque non tali da esigere la reclusione”. Non è la prima volta che la rete finisce al centro delle polemiche per episodi censurabili di e-commerce. L’anno scorso aveva fatto discutere la vendita di cimeli nazisti, autenticati dallo storico negazionista David Erving, su e-Bay. Finora non era mai accaduto, tuttavia, che Google venisse condannata per il contenuto di un video caricato su Youtube, in Italia né in Europa.

La sentenza coincide con un periodo tutt’altro che facile per il motore di ricerca americano, negli ultimi tempi al centro di un attacco concentrico in Italia da parte di diversi settori, uniti nel chiedere un giro di vite sulla rete. Da ultimo, il blitz (fallito) del decreto Romani, che prevedeva filtri al web e assimilava i servizi televisivi a quelli Internet. È in questo clima di forte ostilità che è maturata una sentenza destinata non solo a far discutere, come già sta facendo, ma che potrebbe anche creare un precedente nel quadro regolamentare comunitario. Senza dimenticare che la decisione dei giudici di Milano, nel caso in cui venisse impugnata a Strasburgo, potrebbe anche essere oggetto di una procedura di infrazione da parte della Ue qualora venisse riconosciuta difforme rispetto alla normativa vigente.

Il Velino.it  – 24 feb 2010 18:39

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Google: Aduc, sentenza mette a rischio libertà d’espressione

(Teleborsa) – Roma, 24 feb – Tre dirigenti di Google sono stati condannati a sei mesi di reclusione per violazione della privacy in relazione al filmato che riprende le angherie inflitte da compagni di classe a un ragazzo down, caricato sul motore di ricerca nel 2006. Questa sentenza, se fosse confermata nei gradi successivi, potrebbe mettere a rischio tutti i siti che in Italia ospitano contenuti creati dagli utenti, dai social network ai blog, dai motori di ricerca ai forum. Lo si legge in una nota dell’Aduc, Associazione per i diritti degli utenti e consumatori. Questi siti potrebbero dover applicare forti censure preventive o addirittura andarsene dall’Italia, con grave danno per la liberta’ di espressione di ogni individuo che vi abita.
Invece di punire gli eventuali responsabili che hanno aggredito la vittima, l’hanno filmata e poi hanno caricato le immagini online, si va a colpire chi offre strumenti di comunicazione e espressione a miliardi di utenti, sotto la pretesa di un mancato, quanto tecnicamente impossibile, controllo preventivo. Un po’ come punire i dirigenti di una casa produttrice di automobili perche’ qualche imbecille guida ubriaco.
Aspettiamo le motivazioni, ma ci e’ chiaro, anche da nostre simili esperienze con i nostri forum, che parte della magistratura fatica a comprendere Internet, ancorata ad un codice penale del 1930 a scapito di quei principi costituzionali che sanciscono la liberta’ di espressione e la natura personale della responsabilità’ penale.

Repubblica.it  24 Febbraio 2010

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