Archivio per febbraio 2010

Il discorso di insediamento del presidente Barack Obama

“Concittadini:

Oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all’incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione. 

Sono quarantaquattro gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole e tempeste furiose. In questi momenti, l’America va avanti non semplicemente per il livello o per la visione di coloro che ricoprono l’alto ufficio, ma perché noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla verità dei nostri documenti fondanti. 

Così è stato. Così deve essere con questa generazione di americani. 

Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso. La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell’avidità e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge un’ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l’energia rafforzano i nostri avversari e minacciano il nostro pianeta. 

Questi sono indicatori di crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo è l’inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il declino dell’America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba ridurre le proprie mire. 

Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. 

In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l’unità degli scopi sul conflitto e la discordia. 

In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica. 

Rimaniamo una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità. 

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, comprendiamo che la grandezza non è mai qualcosa di dato. Va guadagnata. Il nostro viaggio non è mai stato una scorciatoia o una sistemazione da poco. Non è stato il sentiero del codardo, per coloro che preferiscono l’ozio al lavoro, o cercare solo i piaceri della ricchezza e della fama. Piuttosto, è stato quello di coloro che rischiano, di quelli che fanno, dei costruttori di cose: alcuni famosi ma più spesso uomini e donne oscure nel loro lavoro, che ci hanno portato per il lungo, accidentato cammino, verso la prosperità e la libertà. 

Per noi, essi hanno abbandonato i loro pochi beni terreni e hanno viaggiato sugli oceani in cerca di una nuova vita. 

Per noi, hanno lavorato duramente nelle aziende che li sfruttavano e hanno colonizzato l’Ovest; hanno sopportato la frusta e arato la dura terra. 

Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; La Normandia e Khe Sahn. 

E’ passato il tempo e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino a che le loro mani fossero scorticate in modo che potessimo avere una vita migliore. Hanno visto l’America più grande della somma delle nostre ambizioni individuali; più grande che tutte le differenze di nascita, di benessere o di fazione. 

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la più prospera, la più potente nazione sulla Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi di quando questa crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della scorsa settimana, del mese scorso o di un anno fa. La nostra capacità rimane intatta. Ma il tempo di restare saldi sulle nostre posizioni, di proteggere interessi di pochi e di evitare decisioni spiacevoli, quel tempo è sicuramente passato. A cominciare da oggi, dobbiamo tirarci su, scuoterci la polvere di dosso, e cominciare di nuovo il lavoro di rifare l’America. 

Dovunque guardare, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia chiama all’azione, consistente e rapida, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori, ma per costruire una nuova base per la crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano il nostro commercio e ci tengono legati. Rimetteremo la scienza al suo giusto posto, e useremo le meraviglie della tecnologia per aumentare la qualità della sanità e ridurre i suoi costi. Incanaleremo il sole e il vento e il suolo per alimentare le nostre auto e far funzionare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per rispondere alle richieste di una nuova era. Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo lo faremo. 

Ora, ci sono alcuni che mettono in dubbio la portata della nostre ambizioni: chi suggerisce che il nostro sistema non possa tollerare troppi grandi piani. 

Hanno la memoria corta. Hanno scordato quel che questo paese ha già fatto; cosa possono ottenere uomini e donne libere quando l’immaginazione si sposa a uno scopo comune, e la necessità al coraggio. 

Quello che i cinici non riescono a capire e che il terreno gli è scivolato via: che gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato così a lungo non funzionano più. La domanda che poniamo oggi non è se il nostro governo è troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavoro e uno stipendio decente, cure su cui possono fare affidamento, una pensione dignitosa. Dove la risposta è sì, significa che andiamo avanti. Dove la risposta è no, i programmi finiranno. E quelli di noi che gestiscono i dollari del pubblico devono essere ritenuti responsabili – di spendere saggiamente, di riformare le cattive abitudini, e di condurre le nostre attività alla luce del sole – perché solo allora possiamo ripristinare la fiducia vitale tra un popolo e il suo governo. 

Né la domanda che sta davanti è noi è se il mercato è una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere e di ampliare la libertà è incontestato, ma la crisi ci ha ricordato che senza un occhio attento, il mercato può sfuggire al controllo: e che una nazione non può prosperare a lungo quando favorisce solo i benestanti. Il successo dell’economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Prodotto interno lordo, ma sul raggiungimento della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità a ogni cuore volenteroso: non per carità, ma perché è la rotta più sicura verso il bene comune. 

Come per la nostra comune difesa, respingiamo la falsa scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I nostri Padri Fondatori, costretti ad affrontare pericoli che possiamo difficilmente immaginare, elaborarono una carta per assicurare il dominio della legge e i diritti dell’uomo, una carta ampliata col sangue delle generazioni. Quegli ideali ancora illuminano il mondo, e non li abbandoneremo per convenienza. E dunque a tutti gli altri popoli e governi che ci stanno guardando oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove mio padre è nato: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti alla guida ancora una volta. 

Ricordate che le generazioni precedenti hanno sconfitto fascismo e comunismo non solo con missili e carri armati, ma con solide alleanze e con convinzioni durevoli. Avevano capito che il nostro potere da solo non ci protegge, non ci dà il titolo di fare quello che ci piace. Al contrario, sapevano il nostro potere cresce attraverso il suo uso prudente; la nostra sicurezza promana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dal misto di umiltà e moderazione. 

Siamo i custodi di quest’eredità. Guidati da questi principi una volta ancora, possiamo superare quelle nuove minacce che chiedono uno sforzo anche più grande: anche una maggiore cooperazione e la comprensione tra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace guadagnata a fatica in Afghanistan. Con i vecchi amici e gli ex avversari, lavoreremo senza posa per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un riscaldamento planetario. Non ci scuseremo per il nostro stile di vita, non vacilleremo in sua difesa, e a coloro che vogliono avanzare le proprie pretese provocando il terrore e massacrando innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non può essere spezzato; non potrete sopravviverci, e vi sconfiggeremo. 

Perché noi sappiamo che la nostra eredità patchwork è una forza, non una debolezza. Siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e indù, e non credenti. Siamo modellati da ogni lingua e cultura, portati da ogni angolo della Terra; e siccome abbiamo provato l’intruglio amaro della guerra civile e delle segregazione, e siamo emersi da quel capitolo buio più forti e più uniti, non possiamo non credere che i vecchi odi un giorno passeranno; che le linee della tribù presto si dissolveranno presto; che mentre il mondo diventa più piccolo, la nostra comune umanità si rivelerà a se stessa; e che l’America deve giocare il suo ruolo inaugurando una nuova era di pace. 

Verso il mondo musulmano, noi cerchiamo una nuova strada in avanti, sulla base del comune interesse e del mutuo rispetto. A quei leader attorno al globo che cercano di seminare il conflitto, o che attribuiscono all’Occidente i mali della loro società: sappiate che la vostra gente vi giudicherà su quello che potete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che si avvinghiano al potere attraverso la corruzione e l’inganno e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete sul lato sbagliato della storia; ma che noi vi allungheremo una mano se vorrete aprire i vostri pugni. 

Alla gente delle nazioni povere: ci impegniamo a lavorare al vostro fianco per far prosperare le vostre fattorie e permettere che le acque scorrano pulite; per nutrire i corpi affamati e le menti che hanno fame. E a quelle nazioni come la nostra che godono di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo sopportare più l’indifferenza verso chi soffre al di fuori dei nostri confini; né possiamo consumare le risorse del mondo senza riguardo per gli effetti. Perché il mondo deve cambiare, e noi dobbiamo cambiare con esso. 

Mentre consideriamo la strada che si spiega di fronte a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che, proprio in questo momento, pattugliano deserti lontani e montagne distanti. Hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli erodi caduti che giacciono ad Arlington sussurrano attraverso le epoche. Rendiamo loro onore non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché incarnano lo spirito di servizio; una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro: E ancora, in questo momento – un momento che definirei una generazione – è precisamente lo spirito che deve dimorare in tutti noi. 

Perché per quanto il governo possa e debba fare, in definitiva è dalla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione dipende. E’ la gentilezza di accogliere un estraneo quando una diga cede, l’altruismo dei lavoratori che vorrebbero ridursi piuttosto l’orario piuttosto che vedere un amico perdere il lavoro che ci vede passare attraverso le nostre ore più buie. E’ il coraggio del pompiere di precipitarsi lungo una scala piena di fumo, ma anche la volontà di un genitore di allevare un figlio, che alla fine decide il nostro destino. 

Le nostre sfide potrebbero essere nuove. Gli strumenti con i quali le vinceremo potrebbero essere nuovi. Ma quei valori da cui dipende il nostro successo -lavorare duramente e onestamente, il coraggio e la correttezza, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo – queste cose sono vecchie. Queste cose sono vere. Sono state la forza tranquilla del progresso da un capo all’altro della nostra storia. Quello che si richiede, allora, è un ritorno a queste verità. Quello che è richiesto a noi ora è una nuova era di responsabilità: un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, la nostra nazione e il mondo, doveri che non dobbiamo accettare con riluttanza ma piuttosto cogliere con piacere, saldi nella conoscenza che non c’è niente che soddisfi allo stesso modo lo spirito, che definisca così il nostro carattere, che darci tutti a un compito difficile. 

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza. 

Questa è la fonte della nostra fiducia: la conoscenza che Dio ci chiama a dare forma a un incerto destino. 

Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo: perché gli uomini e le donne e i bambini di ogni razza e di ogni fede possono festeggiare insieme in questa magnifica spianata , e perché un uomo il cui padre meno di sessant’anni fa non sarebbe stato servito in un ristorante ora può stare di fronte a voi per pronunciare un giuramento quasi sacro. 

Così, segniamo questo giorno con la memoria, di chi siamo e di quanto lontano abbiamo viaggiato. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un piccolo gruppo di patrioti si accalcava intorno a fuochi di bivacco che si stavano esaurendo, sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico stava avanzando. La neve era chiazzata di sangue. Nel momento in cui il risultato della nostra rivoluzione era maggiormente in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che al popolo fossero lette queste parole: 

”Che sia detto al mondo futuro.. che nella profondità dell’inverno, quando potevano sopravvivere null’altro che la speranza e la virtù… che la città e la campagna, allarmate da un comune pericolo, si fecero innanzi per andargli incontro”. 

America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno della nostra avversità, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con la speranza e la virtù, sfidiamo di nuovo le correnti gelate, e sopportiamo le tempeste che potrebbero arrivare. Siano i figli dei nostri figli a dire che quando fummo interpellati ci rifiutammo di porre fine a questo viaggio, che non ci voltammo indietro né che vacillammo: e cogli occhi fissi sull’orizzonte e con la grazia di Dio su di noi, portammo innanzi quel grande dono di libertà e lo consegnammo integro alle generazioni future

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